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26 giugno 2017

DEL GENDER GAP DI WIKIPEDIA E DI ALTRE DISCRIMINAZIONI

12 dicembre 2014

Di Monica Gasbarri – “Il divario di genere è particolarmente importante per la Fondazione Wikimedia. Entro il 2015, abbiamo fissato un obiettivo strategico: andare oltre il raddoppio del numero complessivo di editori attivi su tutti i progetti ma anche raddoppiare la percentuale di collaboratori di sesso femminile. Se lo scopo del movimento Wikimedia è di riuscire a garantire il libero accesso alla conoscenza umana, riteniamo che i progetti debbano prevedere più editor femminili attivi. Abbiamo tanti ospiti che non vedono l’ora di rendersi utili a chiunque voglia partecipare. Fermatevi a prendere una tazza di tè da noi”.

Queste parole risalgono a circa un anno fa. Pubblicate nella pagina Teahouse – varata dalla fondazione Wikimedia per incrementare la presenza di editor femminili sull’enciclopedia libera più famosa del web – mettono in evidenza come il problema del gender gap su Wikipedia parta da lontano. La supremazia maschile tra gli editor delle migliaia di voci presenti online era (ed è tuttora) così schiacciante, da rendere necessaria la creazione di uno spazio volto a “promuovere un senso di comunità e accoglienza tra i nuovi editor fin dai loro primi passi sulla piattaforma con il supporto di redattori esperti”. Senza troppe ipocrisie, si ammette candidamente che l’obiettivo principale della pagina è anche quello di cercare di superare la “scarsezza di donne nei progetti Wikimedia, visto che solo il 9% di editor attivi sono donne”. Le redattrici sarebbero apparse, secondo alcune indagini, insicure dei loro contributi e scoraggiate dalle eccessive modifiche ai loro post; ma a “spaventarle” sarebbe, in generale, anche il tono troppo aspro usato nelle discussioni che si aprono in rete.

Insomma, una vera e propria fuga verso posti più “accoglienti” e meno ostili.

Se la reazione vi sembra esagerata, alcuni fatti ben più recenti e circostanziati potrebbero farvi cambiare idea (e magari farvi riflettere un po’ sul mondo che si cela dietro lo sfondo bianco di uno dei siti più usati e frequentati del web).

E’ David Auerbach dalle colonne di Slate a raccontare di uno dei più recenti flame che ha coinvolto la cosiddetta Gender Gap Task Force, gruppo interno nato proprio per cercare di aumentare la partecipazione delle donne su Wikipedia.

Dopo la disputa (per usare un eufemismo) con un gruppo di “wikipediani” (che hanno il compito di editare le voci inserite nell’enciclopedia online) la femminista Carol Moore è stata letteralmente espulsa per decisione del “Comitato dell’Arbitrato di Wikipedia”. Da entrambe le parti erano volate offese pesanti e insulti (anche con una certa mancanza di garbo), ma alla fine, a pagare è solo la Moore. Nessuna conseguenza, invece, per Eric Corbett (le cui intemperanze non sono certo nuove al popolo di Wikipedia) o per Sitush (secondo cui la rivale sarebbe ossessionata dalla questione del femminismo).

Auerbach, però, non si limita a questo racconto e riporta la sua personale esperienza di editing con tanto di scontro frontale con alcuni degli “Unblockables” di Wikipedia che si ostinavano a dare un taglio sbagliato a una delle sue voci, facendolo passare per un “pensatore” diverso da quello che in realtà era. Ha potuto così scoprire un vero e proprio mondo di potere e soprusi. L’anarchia che sta alla base del concetto stesso di enciclopedia libera online, non sarebbe altro che una finzione: gruppi ben precisi di intoccabili avrebbero preso il controllo, marcando il loro territorio e facendo terra bruciata attorno, stabilendo gerarchie di potere e forme occulte di controllo. Contro di loro, un manipolo di editor indipendenti moderati, obiettivi e fan della libertà…

Scenari apocalittici insospettabili.

La diffidenza e il “conservatorismo” di alcuni degli amministratori e degli editor anziani – se così vogliamo  definirli – avrebbero portato a vedere i “newbies” come dei veri e propri intrusi, attentatori alla bellezza della loro perfetta enciclopedia, e quindi nemici da combattere o da spaventare prima ancora che cerchino di rovesciare le gerarchie e i ruoli consolidatisi. L’ignoto e il nuovo spaventa (certo fa sorridere un pensiero di questo tipo, specie online, dove tecnicamente ognuno di noi rimane un mistero per gli altri). Ma, spiega ancora Auerbach, questo atteggiamento deriverebbe dal fatto che spesso i “nuovi” si rivelano “troll”, hacker prezzolati o, più semplicemente, incompetenti.

In fin dei conti, non possiamo negarlo, quando si tratta di cultura si ripetono vecchi schemi: chi intuisce che il controllo del Sapere porta prestigio e soprattutto potere, cerca di accaparrarsi posizioni privilegiate e non molla la presa a costo di creare una vera e propria task force di controllo, fatta in questo caso di inibizioni più o meno velate. E chi ha il controllo impone il proprio pensiero e la propria visione. Fino a che qualcuno, ispirato da un senso generale di giustizia, non cerca di spodestarli e di liberare la cultura. Fino al sorgere di un nuovo elitarismo intellettuale.

Quello che noi comuni internauti dovremmo imparare, molto più semplicemente, è che non ci si può ciecamente fidare di nulla e di nessuno e che gli user generated content non sono il Vangelo. Neanche se hanno ricevuto l’approvazione dal comitato di controllo di Wikipedia.

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