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24 giugno 2017

EGITTO, OPPOSIZIONI CRITICANO NUOVA LEGGE ANTITERRORISMO APPROVATA DA AL SISI

17 agosto 2015

Di Silvia Prato – Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi è il principale promotore di una nuova legge antiterrorismo entrata da poco in vigore nel Paese.

Alcuni osservatori internazionali hanno avanzato dei dubbi. Secondo alcuni potrebbe trattarsi di un tentativo del governo di reprimere la libertà di espressione e di dissenso.

Cosa prevede il nuovo regolamento?

Che i processi nei confronti di sospetti militanti islamici dovranno essere rapidamente portati davanti a tribunali appositi.

Che chi formerà un gruppo terrorista potrà essere punito con la pena di morte o l’ergastolo. Chi sarà giudicato colpevole di aver aderito potrà essere condannato a dieci anni di carcere.

Che chi finanzia un gruppo terrorista può essere condannato all’ergastolo.

Che chi incita alla violenza o realizza siti web sospettati di diffondere messaggi terroristici potrà essere punito con il carcere da cinque a sette anni.

Che i giornalisti potranno ricevere multe dalle 200mila alle 500mila sterline egiziane (22mila – 57mila euro) per aver contraddetto le versioni ufficiali sugli attacchi delle milizie islamiche.

Ai militari e ai poliziotti viene garantita una difesa legale in caso di denunce legate all’uso della forza “mentre sono nell’esercizio della loro missione”.

Secondo il Committee to protect journalists, sono almeno 22 i giornalisti in carcere in Egitto: la maggior parte è accusata di appartenere o appoggiare l’attività dei Fratelli musulmani, ovvero il partito politico a cui apparteneva l’ex presidente egiziano Morsi, poi destituito dal colpo di stato del capo delle milizie, appuno il generale Al sisi.

Tra loro c’è il fotografo freelance Mahmoud Abou Zeid, detto Shawkan, che si trova in prigione da due anni senza processo. Il 17 agosto avrebbe dovuto tenersi la prima udienza, ma è stata di nuovo rimandata.

Al Sisi, eletto presidente con oltre il novanta percento dei voti nel 2014, a seguito del colpo di stato da lui messo in atto il 3 luglio 2013, è considerato in realtà nemico dell’Isis. In lotta contro i ribelli islamisti in Libia.

L’ex-militare si presenta come promotore dell’integrazione delle diverse culture e religioni che sono presenti nel Paese. Sta cercando di affrontare la crisi economica promuovendo una completa laicizzazione delle istituzioni. Sono forti, però, le denunce sulla mancata tutela dei diritti umani e la violazione delle più elementari regole democratiche da parte della sua amministrazione.

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