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26 giugno 2017

FRANCIA. UNA DONNA A CAPO DELLA «DERADICALIZZAZIONE» ANTI-ISIS

23 novembre 2015

Di Mia Avieno – La «deradicalizzazione» è l’attività che in tutta Europa svolgono sociologi, educatori, assistenti sociali, politologi per smantellare il radicalismo della jihad islamica che corre su internet e che irretisce migliaia di cosiddetti «foreign fighters» ovvero i combattenti stranieri, giovani europei arruolati all’ombra della bandiera nera del Califfato e che combattono all’estero tra le fila delle milizie terroristiche, a partire dalla Siria.

Il fenomeno «foreign fighters» è nato e si è sviluppato dapprima in Francia e in Inghilterra, coinvolgendo rapidamente i figli di quarte e terze generazioni di immigrati musulmani, tradizionalmente presenti nei due Paesi.

Secondo il News York Times, sarebbero 300 soltanto i giovani partiti dalla Germania per raggiungere la Siria. Ragazzi che si aggiungono agli italiani, ai francesi, ai danesi, agli olandesi e che fanno circa 12 mila il numero di stranieri arruolati in conflitti non convenzionali.

Tornando alla «deradicalizzazione», sono diversi gli uffici in Europa che aiutano le famiglie a “disintossicare” i propri figli dalle pericolose convinzioni e manipolazioni dei terroristi dell’Isis.

Uno di questi si trova a Berlino. Daniel Köhler è, ad esempio, una ragazza di 29 anni, laureata in scienze politiche che dopo aver studiato i movimenti estremisti, ha ottenuto un contratto da consulente per combattere il neonazismo. Poi, nel 2011 ha creato Hayat, programma di supporto per i famigliari di persone che vogliono fare o fanno già parte di gruppi radicalisti islamici.

In una intervista ha dichiarato: «Nella sharia è la madre che deve dare la benedizione a chi va a combattere. Non di rado per convincere un ragazzo a rientrare abbiamo lavorato sul rapporto con le figure femminili della famiglia.

In Francia c’è un’unica ed importante cellula antiterrorismo diretta da Sonia Imloul, 40 anni. Imloul ha istituito un numero verde anti jihadisti 08 00 00 56 96, sempre attivo.

Più volte intervistata, alla domanda «Come si individua un potenziale terrorista?» lei ha risposto «bisogna liberarci di certi luoghi comuni, come la caricatura del ragazzo emarginato, abbandonato dai suoi genitori. Io ho a che fare con tanti che vengono dal ceto medio, da famiglie normali. E talvolta abbienti. Mi affidano anche molti convertiti, di famiglie francesi di origine, che con il mondo musulmano non avevano niente a che fare. Diventano fanatici, spesso, a causa di traumi nascosti e non ammessi. Abbiamo trattato una ragazza che era stata violentata da piccola e non l’ aveva mai detto a nessuno. Uno dei problemi ricorrenti è anche l’ assenza della figura del padre. Anche internet è un pericolo. Una volta che un ragazzo inizia a vedere video di propaganda o di teste mozzate, il 50% della radicalizzazione si è già compiuta».

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