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26 giugno 2017

GIGI D’ALESSIO DI COSA STIAMO PARLANDO, RICERCA DI CAROTENUTO

28 febbraio 2016

Di Angelo Carotenuto – Un giorno mi sono accorto di non essere mai stato a un concerto di Gigi D’Alessio né di aver mai comprato un disco suo. In sostanza, con il mio reddito non ho mai contribuito a incrementare il suo patrimonio. (A meno che non lo stia facendo in qualche modo adesso, ascoltando le sue canzoni in sottofondo attraverso il mio abbonamento di musica in streaming online).
Ma quel che conta è altro. Non conosco nessuno, della mia cerchia, dico nessuno, che l’abbia fatto, o che si dica disposto a farlo da domani. Se ci pensate, non è una cosa normale. Può capitare fra persone che si conoscono e si dicono amiche di dividersi sul gradimento verso questo o quello. A uno piace Sordi all’altro Manfredi, uno legge DeLillo e l’altro preferisce Carver, chi vedeva Lost e chi vedeva Friends. In queste dicotomie Gigi D’Alessio non c’è mai. E io per molto tempo mi sono chiesto perché.

Gigi D’Alessio ha 49 anni, una carriera lunga quasi venticinque, e secondo un numero di Sorrisi e Canzoni del 2013 ha venduto oltre 20 milioni di dischi. Eppure ogni volta che appare in pubblico, se vi guardate intorno, noterete in prevalenza sarcasmo. L’alternativa è il disgusto. Tutti si sentono autorizzati a dir male gratuitamente di lui, per esempio anche Selvaggia Lucarelli (“Grignani era ubriaco a ragion veduta. Provateci voi a farvi un capodanno sul palco con Gigi D’Alessio da sobri”).

Più si osserva il fenomeno, più chiaro è il solco che esiste fra il successo e il prestigio. Nel tempo dedicato a questo tentativo di indagine, ho scoperto che una domanda simile se l’era posta su l’Espresso nel 2010 Edmondo Berselli, ai tempi di un programma di D’Alessio a Raiuno.

Scrisse: “D’Alessio è considerato un prodotto di serie B, che non ha una caratura nazionale. E allora come è stato possibile che la trasmissione abbia raggiunto ascolti molto alti? (…) Gigi D’Alessio è bruttino, pelatino, canta che sembra un’imitazione di Claudio Baglioni, ma ha qualcosa di inesorabile. La sua musica è fatta apposta per essere ascoltata come sfondo, in quanto non ha pretese artistiche. Sono canzoni semplici, o semplicissime, che si ascoltano senza troppo impegno. Canzoni che assomigliano ad altre canzoni, non danno fastidio, e se uno le intercetta non prova insofferenza”.

Parlò, Berselli, pure di show molto convenzionale ma decente, con ospiti di classe. Due cose allora. La prima: il fastidio e l’insofferenza. Che a Berselli non pareva ci fossero; non gli pareva che fossero sensazioni così insopprimibili. La seconda: la caratura nazionale. Gigi D’Alessio non è percepito come cantante italiano. Gigi D’Alessio è percepito come cantante napoletano con un pubblico più esteso. Unendo i puntini, ho provato a domandarmi cos’è che lo rendesse al contrario portatore di fastidio e insofferenza così diffusi, addirittura all’interno del suo stesso microcosmo di provenienza, Napoli, dove in genere si è pronti a entusiasmarsi per le proprie bandiere e a scendere in campo per difenderle.

Con D’Alessio no.

o stigma endogeno forse è finanche più forte. Cos’è che non piace fuori dalla cerchia di quelli che hanno comprato i suoi 20 milioni di dischi? I testi delle canzoni, oppure le melodie, il timbro della voce, la sua presenza, il ritmo? Non si sa, non ricordo analisi dettagliate. O forse non piace il mondo a cui si rivolge? Qui è suonato un campanellino. Fuoco, fuochino, fuocherello.

Nel tempo dedicato a questo tentativo di indagine, mi è spesso venuta in mente la frittata di maccheroni. Non sto a descriverne la ricetta, sebbene adesso mi aspetti che i motori di ricerca conducano a questo post attraverso la stringa “come si cucina la frittata di maccheroni”.

La frittata di maccheroni deve la sua fortuna al fatto di essere un comodo piatto da asporto. La metti in borsa per andare al mare, alla gita di Pasquetta, la porti allo stadio. Ha una sua dignità. Eppure Tony Tammaro ne fece lo stesso un’icona trash in una delle sue canzoni più celebri. Ecco. Gigi D’Alessio sconta la sindrome da frittata di maccheroni di cui soffriamo quando non vogliamo essere assimilati al segmento sociale che a essa fa ricorso. La carta imbrattata, le dita unte, il filo di pasta che s’incastra fra i denti.

Non è la frittata di maccheroni a dispiacerci, ma il clima che evoca, grasso, oleoso. Non è Gigi D’Alessio a non piacerci, Gigi D’Alessio neppure lo ascoltiamo davvero, Gigi D’Alessio non deve piacerci, perché non ci piacciono le persone a cui lui piace. Lo abbiamo reso sottocultura musicale per ragioni sociali. D’altra parte, dovremmo chiederci con serenità se i gusti hanno radici proprie, e che cosa separa – mettiamo – i Sonic Youth da Justin Bieber. Più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, un artista (ma anche un’artista) porta con sé un’etichetta. Gli One Direction piacciono alle ragazzine: se non apparteniamo a quell’area di gusto, verremo guardati in modo strano, con biasimo, mentre una delle tentazioni più frequenti in campo di fruizione musicale è quella di sentirsi cultori della particolarità. Se avete più di 40 anni avrete certamente avuto un amico che dinanzi al vostro apprezzamento per una canzone o per un disco, vi rinfacciava che in realtà di quel 45 giri era migliore la facciata B.

Ho cercato a lungo un padre nobile a cui appendere queste mie considerazioni, se non un padre un padrino. Mi serviva un teorico che prestasse alla mia frittata di maccheroni i suoi studi, i suoi termini e le sue analisi. Un giorno l’ho trovato in Pierre Bourdieu, sociologo francese, che nel 1979 scrisse un libro dal titolo “La distinzione: critica sociale del gusto”. Per sommi capi, la sua teoria è che le nostre estetiche sono soprattutto una questione sociale e un immenso giro di parole, per cui se davanti a Gigi D’Alessio vi viene un senso di rigetto (sebbene nel ’79 Gigi D’Alessio fosse un pre-adolescente) è perché state cercando di allontanare da voi la paura di cadere in un precipizio sociale. Philip Roth direbbe: la paura di essere una macchia umana.

Bourdieu ci arrivò attraverso un questionario proposto in Francia. Quasi tutti gli operai apprezzavano principalmente esponenti della cultura popolare. I loro gusti erano assai diversi da quelli dei commessi, dei capiufficio, dei chirurghi. Bourdieu scoprì che i più in basso nella scala sociale motivavano i loro gusti in base a ragioni di concretezza, trovando questo divertente e quell’altro utile. Dalla classe media in su, invece, le spiegazioni si facevano più raffinate. Imprenditori e professionisti tendevano a convincersi che i gusti fossero un aspetto delle loro personalità, un riflesso dei loro valori, mostrando piena consapevolezza di cosa fosse socialmente considerato rozzo o grossolano. Il gusto non era solo attrazione, ma scelta.

Il gusto era strumento per differenziarsi da un rango sociale inferiore, dalla frittata di maccheroni: una rivendicazione di status. Un tag, si direbbe in cultura digitale. Non solo il reddito e l’occupazione erano indicatori di appartenenza, ma anche il “capitale culturale” e il “capitale sociale”.

Un po’ come quelli a cui improvvisamente comincia a piacere il golf. O quelli che scoprono il calcetto il martedì sera con il capo-ufficio (anche il mercoledì o il giovedì: l’effetto è uguale). Non per forza è finzione. Può trattarsi però di una scelta che ha il suo filtro in una sovrastruttura: la categoria del cool. L’assenza del cool nei propri gusti è una minaccia, fino a implicare il rischio di una mobilità verso il basso.

Finché pochi giorni fa – ve l’ho detto: l’indagine è stata lunga – ho scoperto che Bourdieu veniva citato in un bel libro del 2007 di un giornalista musicale canadese, Carl Wilson, tradotto in Italia due anni fa con il felice titolo “Musica di merda” (Isbn edizioni, costa 23 euro).

Sottotitolo: perché pensiamo di avere gusti migliori degli altri. Una folgorazione. Wilson si era trovato di fronte a qualcosa che mi era familiare. Voleva capire cosa c’è dietro la popolarità e dietro il disprezzo per Céline Dion, come stabiliamo cosa è di qualità e cosa non lo è. Un testo magnifico, illuminante, che nella mia patologia non sono riuscito a leggere senza pensare alla frittata di maccheroni, insomma al nostro Gigi, con la cui storia pagina dopo pagina scoprivo affinità.

Leggere che nel 1997, ai Grammy, Céline Dion aveva pronunciato alcune parole nel dialetto del Québec, mi ha ricordato un concerto di D’Alessio un annetto dopo su Rai1, trasmesso da piazza Plebiscito con la conduzione di Pippo Baudo, durante il quale il cantante lanciava un bacio al pubblico urlando: “Spartitavìllo”. Dividetevelo. D’Alessio come la Dion nasceva come “l’eroe di un’industria locale”. Con una differenza. Wilson racconta che la Dion per il Québec “parte come zotica di cui vergognarsi e diventa emblema dell’autorealizzazione nazionale”, Napoli invece poco concede e nulla perdona a chi dal nulla parte e punta verso l’alto, come sa bene pure Nino D’Angelo (lo raccontò qui).

Tra le tante cose belle che Carl Wilson riferisce, ce n’è una davvero affascinante. Un esperimento. A 14mila persone fu chiesto di valutare ed eventualmente fare il download di canzoni che non avevano mai sentito, solo in base ai titoli e ai nomi degli interpreti. Ogni partecipante poteva vedere quali canzoni erano le più scaricate dalle persone a lui affini per estrazione, cultura, età. Ebbene, scrive Wilson, “in questi mondi di influenza sociale non appena una canzone veniva scaricata un certo numero di volte, altre persone cominciavano a fare lo stesso.Le canzoni con valutazioni migliori ottenevano risultati un po’ migliori. L’effetto è stato battezzato “vantaggio cumulativo”: siamo curiosi di sentire quello che tutti gli altri ascoltano, desideriamo un’appartenenza, vogliamo avere cose in comune di cui parlare. Siamo anche insicuri dei nostri giudizi, e vogliamo metterli a confronto con quelli degli altri”.

Anche la reputazione di Picasso e il valore dei suoi dipinti crebbero quando cominciò a essere famoso.

È stato istruttivo perciò scoprire che con il film Annarè, Gigi D’Alessio batté a Napoli il record d’incassi del Titanic in cui cantava Céline Dion. I due hanno altro in comune. Intanto il genere. La power ballad. Wilson parla di musica schmaltz, dal tedesco schmelzen, fondere, termine che arriva in inglese attraverso l’yiddish, lingua in cui indica il grasso di pollo. Insomma: svenevolezza. Quando si parte così, già si comincia male. Anche il metal ha un suo ambito ben definito, ma facendosi portavoce della ribellione si offre come più cool (potrei anche dire più “checazzi”) del lume di candela, dei ghirigori d’ugola e della fronna nasale, tutte manifestazioni che la critica trova pacchiane. E la critica il suo ce lo mette.

Non che la critica esprima giudizi validi in eterno, come ricorda chi ha visto riabilitare la discomusic anni settanta, o per continuare il gioco di rimandi, lo stesso Nino D’Angelo. Ma la critica, scrive Wilson che ne fa parte, crea circoli esclusivi in cui si matura l’idea di essere più intelligenti rispetto a chi ne sta fuori. Il potere di escludere. Se Kant aveva spiegato che i giudizi estetici sono indimostrabili, senza logica, e che vorremmo veder considerare magnifico dal resto del mondo tutto ciò che noi troviamo magnifico, la scoperta della categoria del “cool” introduce una nuova esigenza. Non c’è più nulla di kantiano.

Ora l’esigenza consiste nel vedere confermato il nostro giudizio solo all’interno della cerchia dei nostri pari, ci basta quello. In Giamaica – ho scoperto in “Musica di merda” – l’ascolto a volume alto di un pezzo di Céline Dion significa che sei finito nel posto sbagliato. “Non sto dicendo che i duri (come vengono chiamati i gangster in Giamaica) siano gli unici ad apprezzare Céline Saccarina e a dimostrarle pubblicamente amore. È solo che, per qualche ragione, le dimostrano più amore di qualsiasi altro gruppo”, scrive Wilson.
***
In quanto ipotesi, la mia indagine non può dirsi conclusa. Ma posso dire di essere giunto a un punto ed essermi convinto che la superiorità di un valore estetico è data dalla credibilità e dall’autorevolezza di chi emette il giudizio. Arriva Goffredo Fofi, e Nino D’Angelo diventa cool.

Fino a un attimo prima avrà dovuto accettare di rimanere un fenomeno della cultura di massa, veicolo potente prodotto – per restare a Wilson – dall’alleanza tra il capitalismo, che per sua natura deve rimuovere barriere e raggiungere mercati, e la democrazia, “che propaganda la visione per cui le opinioni dell’élite non sono migliori”. Finché resterà nell’ambito del gusto medio, “l’unico gusto per cui è ancora necessario scusarsi”, Gigi D’Alessio potrà ambire al massimo a fornire “un piacere colpevole”, represso, che teniamo nascosto anche a noi stessi.

(Se può essere utile, Gigi D’Alessio ha studiato pianoforte e composizione, e pure da un ottimo maestro. Dunque conosce Chopin meglio di tutti noi).

Fonte: Il Divano sul cortile

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