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26 giugno 2017

HA SENSO FESTEGGIARE
L’8 MARZO?

08 marzo 2015

Di Daniela Missaglia – Ha senso ancora festeggiare l’8 marzo? E’ una domanda retorica che ormai, nella secolarizzata civiltà occidentale, si riverbera su tutte le celebrazioni, laiche o religiose, a causa dell’ormai radicato ‘benaltrismo’ che permea l’ovattata sensibilità di questa parte di mondo, chiusa nell’individualismo e nell’esasperata affermazione di sé.

A questa stregua tutto diventa rituale, le mimose, i regali a Natale, l’uovo di Pasqua, il dopobarba ai papà, i gavettoni di Ferragosto; ma chi davvero ancora attribuisce a queste date un valore reale, una riflessione profonda su ciò che significhi festeggiare o celebrare determinate ricorrenze ? Me lo chiedo da donna ed avvocato, e come donna ed avvocato rimango sempre più convinta che sì, ha senso festeggiare l’8 marzo, ogni anno di più.

Ha senso quando leggo le geremiadi sui ‘padri separati’, che per carità di Patria, è un fenomeno tremendo di crolli d’autostima, privazione di diritti, povertà incipiente, ma non può e non deve nascondere l’altra faccia del fenomeno, quello di donne troppo spesso usate e gettate, abbandonate, costrette a crescere da sole figli frutto di un’unione scissa per convenienza o egoismo, relegate a sforzi sovraumani per far quadrare il pranzo con la cena quando l’assegno di mantenimento diventa una chimera.

danielamissaglia

Ha senso e valore l’8 marzo quando, nell’Anno Domini 2015, si è costretti a leggere ancora l’inspiegabile statistica che vede le donne laurearsi più dei maschietti e poi avere percentuali da riserva indiana nei consigli d’amministrazione, nei ruoli di comando pubblici e privati, sugli scranni politici ed istituzionali, guadagnando in ogni caso cifre infinitamente inferiori degli uomini. In Italia soltanto? Niente affatto. E’ recente una ricerca condotta dalla celebre università americana di Harvard tra oltre 25mila propri laureati, ricerca che si è conclusa con percentuali bulgare di insoddisfazione delle donne in ordine a redditi percepiti e carriere conseguite dopo aver strappato la faticosa pergamena che avrebbe dovuto aprire loro le porte del paradiso. Al contrario gli uomini appaiono gratificati per la stragrande maggioranza dei casi e con carriere e redditi imparagonabili.

Ha senso quando il fenomeno delle ‘spose bambine’, con l’immigrazione, si diffonde anche in occidente, persino in Italia, e si scopre che dietro alla facciata del multiculturalismo, dello sbandierato vantaggio di una società policroma ed accogliente, vengono importate usanze tribali tremende. E si scopre che una onlus, nata a Imola nel 1997, in un anno ha rilevato la presenza di ben 33 spose bambine nella sola Emilia-Romagna. 33 casi umani ospitati in una casa di accoglienza, tutelate da una rete di protezione che sta per spezzarsi per carenza di fondi.

Ha senso quando leggo di Shafilea Ahmed, 17nne inglese di origini pakistane, nata e cresciuta nello Yorkshire, soffocata con un sacchetto dai suoi genitori perché aveva rifiutato di sposare l’uomo che avevano scelto per lei.

Ha senso quando leggo gli effetti di un islamismo oppressivo che bussa alle porte dell’Europa, non solo fra le dune del deserto libico, fra le facce sfregiate delle ragazze che non portano il velo, per questo punite dalla spietatezza dell’Isis, ma anche nella civile e moderna Turchia dove un collage di norme e di dichiarazioni politiche sta riportando il paese ai tempi degli Ottomani quanto a ‘parità di genere’: divieto di indossare minigonne, di ridere in pubblico, di lavorare.

Concludo invitando tutte le donne a celebrare l’8 marzo, accettando di buon grado fiori, regali, mimose, serate fra amiche perché il giorno in cui la domanda retorica che mi ponevo all’inizio (“ha senso ancora festeggiare l’8 marzo?”) troverà un negativo responso, perderemo anche la capacità di indignarci per ciò che l’altra metà del cielo subisce quotidianamente nell’indifferenza culturale e delle Istituzioni.

Avv. Daniela Missaglia

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