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23 giugno 2017

I NEET, 2MILIONI DI GIOVANI CHE NON STUDIANO, NON LAVORANO E HANNO RINUNCIATO AL FUTURO

18 gennaio 2016

Di Gaja Barillari – Li chiamano Neet, sono i ragazzi che non studiano più, non lavorano ancora e non seguono corsi professionali (Not in Education, Employment or Training) e sono il 26% dei 15-29enni, ovvero 2 milioni e mezzo di individui che, quando non languono sul divano, come ben descritto ne “Gli sdraiati” di Michele Serra, mandano curricula  infruttuosi o collezionano colloqui di lavoro spesso fallimentari che alimentano solo confusione e smarrimento.

E’ un fenomeno che corre in tutta Europa, stando ai dati presentati da WeWorld, e che in Italia è maggiormente presente con il dato al 26% che sfora di troppo la media europea del 15: solo la Grecia fa peggio di noi, con il 28 per cento, mentre la Germania è all’8 e la Francia al 13. Tra le regioni italiane, dal 13% del Trentino Alto Adige si precipita al 39,7% della Sicilia, passando per il 18,8 della media del Nord, dal 21,7 del Centro fino al 35,5 del Sud. Ed è minimo lo scarto fra donne e uomini, rispettivamente il 52 e il 48 per cento.

Fonte WeWorld

Fonte WeWorld

E’ un 26% (più 7% dal 2008 al 2015) di giovani italiani che si chiama fuori: non studia, non lavora ma neppure lo cerca, e soprattutto non vede e non si inventa un futuro, sono quelli a cui “non frega più niente”, ma sono troppi 2,5milioni di giovani arresisi prima ancora di iniziare e che coscientemente o meno si sono autonomamente tolti e negati ogni speranza.

Secondo Stefano Piziali, ricercatore per WeWorld: “Il fenomeno è aumentato anche per la dispersione scolastica, infatti più di un quarto dei Neet ha abbandonato precocemente gli studi”.

Non sono disoccupati e neppure inoccupati, anche perchè stando alla definizione dell’Istat i disoccupati sono coloro che non hanno un impiego e che nelle ultime quattro settimane o ne hanno cercato uno o sono disposti a iniziare un’attività in un breve lasso di tempo.

I Neet non sono disoccupati, non esistono, non sono censiti dai canali ufficiali, non sono ne carne ne pesce, sono per definirli come li definisce l’Istat “gli inattivi”, che nel corso dell’ultimo anno sono cresciuti del 2,2% a fronte di un tasso di disoccupazione in calo del 2,1%, peculiare il fatto che i due valori siano equivalenti…..

I Neet appartengono a due aree ben definite: la prima è quella della marginalità, bocciature in serie, inquietudini familiari, ambienti poveri di stimoli, tentazioni d’illegalità. E sull’altro lato la cosiddetta “meglio gioventù” di successo, quella con studi brillanti, famiglie incoraggianti e saldi retroterra economici, quelli che un ministro qualche tempo addietro definì incautamente “choosy”.

La laurea che a breve perderà valore legale, non rappresenta più la chiave di aperture delle porte che portano ad un lavoro, i centri per l’impiego con evidenti carenze (solo il 3,4%  delle collocazioni mediate nel 2011), la pressochè totale assenza di sussidi (o quando ci sono sono risibili), fanno dei Neet un popolo di invisibili.

Buona parte è dovuto ad un mercato del lavoro contraddittorio, che pretende flessibilità e intanto resta rigido nelle possibilità di carriera, innescando nei giovani un corto-circuito psicologico.

Forse solo per alcuni che decidono di lasciare la loro terra (scelta non facile per un giovane) vi potrà essere un futuro fuori dal territorio natio, ma con grandi sacrifici.

Da un analisi svolta da Mercer sul Costo del lavoro, evidenzia che in Italia la retribuzione di un neo laureato che fa il suo ingresso nel mondo del lavoro si aggira intorno ai 26mila euro lordi, con un gap di 10.000 euro rispetto ai colleghi francesi o tedeschi, per raggiungere i 50mila nei paesi del Nord Europa.

Resta allora l’estero l’ultima chance per i nostri ragazzi, inutile parlare di fughe di cervelli quanto la retribuzione base non ti consente di vivere, forse sopravvivere, e hai al di là delle Alpi riconoscimenti maggiori di quanto avresti nel tuo paese.

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