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25 giugno 2017

“INDIA’S DAUGHTER”, IL DOCUMENTARIO NEGATO

05 marzo 2015

Di Maria Romano – Quando nel dicembre del 2012, in India, una ragazza morì dopo aver subito una violenza di gruppo su un autobus notturno il mondo espresse sconcerto; nel paese si scatenò un forte movimento di protesta e l’attenzione dei media si concentrò sulla drammatica realtà delle donne costrette in alcune realtà a subire senza potersi ribellare.

Per quella inconcepibile violenza furono condannati a morte quattro uomini, anche se poi l’esecuzione fu sospesa alla Corte suprema. Uno di loro si tolse la vita in carcere, un altro – minorenne al momento dei fatti – fu condannato a tre anni di carcere minorile.

Sono passati poco più di due anni da quel giorno, ma in India la questione continua ad essere un tabù e la proiezione di India’s Daughter, il documentario di Leslee Udwin è stata bloccata: la regista britannica, profondamente colpita dalla storia, aveva realizzato questo toccante lavoro che, nelle intenzioni originali, avrebbe dovuto essere proiettato l’8 marzo in India e in altri paesi.

In occasione della Festa della Donna, insomma, per far parlare le immagini, la cronaca.

Eppure, proprio parte di questo racconto, in particolare l’intervista a Mukesh Singh, condannato a morte per quella terribile violenza di gruppo, e ad altri responsabili avrebbe violato le regole che controllano e governano la realizzazione e diffusione di simili opere in India. Secondo quanto chiarito dal ministro dell’Interno, Rajnath Singh, il film non verrà trasmesso perché la regista avrebbe registrato all’interno del carcere senza mostrare le riprese alle autorità penitenziarie (anche se la versione di Leslee Udwin è diversa).
“Il film contiene i commenti di un condannato, altamente denigratori e affronto alla dignità delle donne” ha chiarito meglio in Parlamento, spiegando che la divulgazione di simili immagini potrebbe finire per far riesplodere tensioni nel paese.
In effetti, le parole del violentatore provano che l’uomo non si è pentito affatto del suo gesto e mostrano un’attitudine perversa e gravissima: l’uomo incolpa la ragazza di aver resistito allo stupro, e spiega che le donne, quando si tratta di violenze sessuali, sono più responsabili degli uomini.

Sarebbero state queste le ragioni che avrebbero destato serissime preoccupazioni di ordine pubblico nel paese, ma rimane il fatto che la censura del documentario è grave e fa riflettere. Come ha spiegato bene la regista, il divieto imposto in India, “mina l’appassionata spinta verso l’uguaglianza di genere”.

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