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28 novembre 2014

LA CASSAZIONE CHE SI SCORDA DELLA LEGITTIMITA’ DEI MOTIVI E ENTRA NEL MERITO

30 agosto 2013

di Dimitri Buffa – Dopo la giustizia a due o tre velocità, ecco la giurisdizione a doppio standard della Suprema corte. Che, nel caso del processo riguardante Silvio Berlusconi per reati di frode fiscale sui diritti televisivi Mediaset, si mette a fare il copia e incolla del merito, in cui non dovrebbe mai entrare, dei due gradi di giudizio precedente.

Chi ha colto subito e in maniera molto intelligente il “vulnus” del giudizio del collegio feriale della Cassazione che ha spedito Silvio Berlusconi nel girone dei dannati è stato l’ottimo Filippo Facci oggi a pagina 13 su “libero”.

Di solito i giudici del terzo grado (anche perchè è la legge e la costituzione a prevederlo) si soffermano sui vizi di forma e sulla illogicità delle motivazioni. Ma per farlo non sono affatto autorizzati a compiere interi copia e incolla di brani delle sentenze di primo e secondo grado, quelle che vanno sotto la denominazione “di merito”.

Per il Cav l’eccezione è stata fatta. Anche perchè sennò neanche si capirebbe come sia stato possibile riempire 208 pagine, lunghezza per l’appunto tipica dei primi e dei secondi gradi, per motivazioni che riguardano un solo imputato e pochi comprimari. Ma tant’è.

Il bello, anzi il brutto, è che nel compiere questo pedissequo lavoro, i magistrati che si sono stretti attorno ad Antonio Esposito, fino a giungere a firmare, tutti per uno e uno per tutti, le pagine della motivazione in oggetto, cosa mai vista prima, si sono accontentati di fare il giochino del “bbuono – no bbuono” ai ragionamenti precedentemente usati dai loro colleghi di merito, fregandosene altamente di valutare se esistessero prove o solo indizi e cosiddette prove logiche. Che non sono esattamente la stessa cosa delle prove vere e proprie. Magari formatesi in dibattimento.

Facci fa un esempio per tutti e lo prende da pagina 184, definendolo un capolavoro di ambiguità: “effettivamente il pm non ha fornito alcuna prova diretta circa eventuali interventi dell’imputato Berlusconi in merito alle modalità di appostare gli ammortamenti dei bilanci, ne conseguiva l’assoluta inutilità di una prova negativa di fatti che la pubblica accusa non aveva provato in modo diretto”.

Fuori dal linguaggio “magistratese” questa cosa è pazzesca: è come dire a un imputato di omicidio che siccome il pm non ha saputo indicare prove o testi che accusino direttamente l’interessato allora chi se ne frega che la sua difesa possa apportare persone che confermino un alibi. Dopodichè l’imputato viene comunque condannato.

Questo è quanto è stato fatto con Berlusconi.

E mentre gli altri giornali oggi titolano sul fatto che secondo quello che hanno sostenuto i giudici di primo e di secondo grado, poi recepito da quelli di terzo (che invece dovevano solo valutare la legittimità delle forme del procedimento e della logica e delle prove), Berlusconi è stato l’ideatore della frode fiscale, compulsando i passaggi più importanti della sentenza, contenuti tra le pagine 182 e 187 del tomo, si capisce che l’essenza della convinzione che si sono fatti Esposito e i suoi colleghi era proprio incentrata sul “tu dovevi sapere per forza”, più che sul “non potevi non sapere”.

Perchè chi ha fatto al frode era tuo amico o stretto collaboratore. Cosa che può anche andare bene per una convinzione personale del “quisque de populo”. Ma non per condannare un ex premier all’inagibilità politica perpetua.

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