• Think News | rss
  • Think News | contatti
  • Think News | Flickr
  • Think News | YouTube
  • Think News | Twitter
  • Think News | Facebook
25 giugno 2017

LA FCC HA SCELTO DI PROTEGGERE LA NET NEUTRALITY

28 febbraio 2015

Di Monica Gasbarri – Negli Stati Uniti, la Federal Communication Commission (FCC) ha votato a favore delle nuove regole con le quali si intende tutelare la cosiddetta net neutrality. Si tratta del principio in base al quale si ritiene che il traffico su internet debba essere trattato in maniera equa, senza che i provider internet possano creare (intenzionalmente) blocchi o corsie preferenziali.

Negli scorsi mesi, il dibattito pubblico sul tema era stato piuttosto serrato e la decisione della FCC, per un certo periodo non era apparsa così scontata: la posizione di alcuni membri della commissione, in particolare quella del suo capo, Tom Wheeler, aveva fatto credere che il concetto generale di net neutrality potesse essere trattato ammettendo diverse eccezioni che avrebbero sostanzialmente alterato l’equa gestione dei dati, permettendo a siti e servizi di ottenere “trattamenti di favore” dai provider in cambio di un impegno economico.

Questa prospettiva aveva immediatamente scatenato tutti gli attori che operano su internet, dalle piccole e grandi start-up, ai giganti corporate, avviando una campagna che aveva il solo fine di convincere la commissione a cambiare posizione, pena la fine della net neutrality. Schierate in prima linea in particolare, alcune delle aziende che maggiormente sono riuscite a farsi un nome sfruttando proprio questa neutralità di fondo della rete, da Netflix a Tumblr passando per Vimeo.

Alla fine Wheeler ha modificato le sue posizioni, si è allineato con gli altri due membri democratici della Commissione, e la votazione si è conclusa con un bel 3 a 2 per lo status quo: permane, dunque, il principio per cui siti e servizi  devono essere raggiungibili tutti allo stesso modo, senza che i provider – quelli che forniscono l’infrastruttura di rete –  possano fare favoritismi; Wheeler ha quindi dichiarato che era giunto il momento di “adottare nuove regole per tutelare le libertà su Internet che sono ormai diventate una parte integrante delle nostre vite”.

Per futuri contenziosi, dunque, ci si dovrà rivolgere alla FCC che ha stabilito così, che anche i provider rientrano nel Communication Act – la legge sulle comunicazioni datata 1934 – che, di fatto, nel limita l’autorità: da questo momento in poi, negli Usa, internet diventa un servizio, per così dire, di pubblica utilità (alla stregua dell’elettricità) e i provider diventano “common carrier”; tutti i dati saranno, dunque, trattati allo stesso modo e, almeno deliberatamente, non sarà più ammissibile “fare favoritismi” come rallentare o velocizzare l’accesso ad alcuni siti piuttosto che altri (in cambio di denaro).

La FCC, per accertarsi che questa regola venga rispettata, avrà quindi maggiore controllo sulle attività delle grandi società di broadcasting come ComCast, TimeWarner e Verizon. Proprio Verizon, uno dei nomi più forti negli Usa sul mercato delle telecomunicazioni, aveva in un certo senso scatenando tutto il dibattito e la riformulazione di regole per la Net Neutrality, opponendosi in tribunale all’Open Internet Order, varato proprio dalla FCC nel 2010 e fortemente osteggiato dalle società provider internet.

Non essendoci una legislazione forte alle spalle, una simile decisione si esponeva a iniziative legali (come dare in mano una pistola a qualcuno che ce l’ha a morte con te, come avevano prudentemente fatto notare proprio i sostenitori della net neutrality), e Verizon aveva approfittato di questa sorta di “vuoto normativo” per fare causa alla FCC che si sarebbe imposta su aziende private senza avere l’autorità e superando così i limiti attribuiti alla Commissione dal Congresso.

Al termine di un complesso iter legale, a gennaio dello scorso anno, una corte d’appello di Washington aveva di fatto smontato – ma non annullato completamente –  l’Open Internet: le regole imposte dalla FCC non potevano essere applicate ai provider (che non rientravano nel Communication Act), ma ha escluso che alla commissione mancasse l’autorità per dare regole ai fornitori di connessioni.  Tuttavia, la FCC è stata richiamata all’urgenza (o obbligata, se proprio vogliamo dirla tutta) a elaborare una nuova serie di regole; la vicenda si è conclusa con la riclassificazione dei provider e con la decisione dello scorso giovedì.

Ma gli strascichi del dibattito sono tutt’altro che spenti.  Sebbene, buona parte del mercato fosse a favore della net neutrality, come si è detto, la discussione è in (buona) parte anche politica. La presa di posizione del governo Obama in particolare non è piaciuta ai Repubblicani che già parlano “Obamacare del web”. Lo scontro è, in un senso più ampio, tra chi sceglie la linea dello Stato regolatore come garanzia di competizione ed equità e chi, invece, una visione liberista del mercato, che predilige l’autoregolamentazione (in nome del principio della “free deconstruction”) e che individua proprio nello Stato alcune criticità strutturali che – specialmente in materia di telecomunicazioni – non solo impediscono la crescita e lo sviluppo della competizione, ma mettono a rischio il concetto di privacy e persino quello di libertà. L’idea, in questo caso è quella di lasciare internet al libero mercato, per impedire che finisca per diventare un’altra delle economie malspese dallo Stato.

Due visioni del mondo diametralmente opposte e, per certi versi, egualmente spendibili, che ci fanno supporre come, di certo, il dibattito sulla net neutrality non sia ancora esaurito.

Ti potrebbe interessare anche

Powered byOnlyYouAdvertising