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25 giugno 2017

L’AVANZATA DELL’ISIS IN LIBIA: L’EGITTO REAGISCE

16 febbraio 2015

Di Maria Romano – Si fa sempre più critica la situazione nel Mediterraneo. L’Isis allunga le sue mani sulla Libia e, dopo la decapitazione di 21 cristiani copti di nazionalità egiziana, l’Egitto questa mattina ha deciso di far scattare i bombardamenti aerei contro alcuni obiettivi dello Stato Islamico: campi di addestramento e magazzini contenenti armi. Un’operazione svolta per far sapere “ai vicini e ai lontani che gli egiziani hanno uno scudo che li protegge” come ha chiarito l’esercito del Cairo.

Ma quelli egiziani non sono i soli caccia decollati: anche quelli dell’aviazione libica del generale Khalifa Haftar hanno colpito obiettivi Isis nelle zone di Sirte e Ben Jawad dove si sta registrando la preoccupante avanzata del gruppo jihadista precedentemente confinato nella zona sud del Paese.

E intanto, anche la politica internazionale si muove e riflette su questa nuova minaccia “alla pace e alla sicurezza”, alle porte della frontiera europea; il presidente Abdel Fattah al Sisi ha spedito il ministro degli Esteri, Sameh Shukri, a New York per prendere parte alle riunioni necessarie all’Onu e nel Consiglio di Sicurezza: si chiede una reazione internazionale per arginare l’avanzata prima che sia troppo tardi, e si chiede alla comunità internazionale di mettersi di fronte alle proprie responsabilità e di fare in modo che siano prese le adeguate misure per far sì che venga rispettata la carta delle Nazioni Unite. “L’Egitto ribadisce la sua richiesta agli Stati membri della coalizione internazionale contro il terrorismo, di cui fa parte, di assumersi le proprie responsabilità politiche e di prendere misure contro le postazioni della formazione terroristica Daesh e le altre formazioni sul territorio libico, le quali rappresentano una minaccia chiara per la sicurezza e la pace internazionali”, si afferma in un comunicato del ministero che conferma il “diritto” egiziano, sancito dall’Onu, “a difendere i propri cittadini all’estero”.

Sulle stesse posizioni del presidente egiziano, anche quello francese: per Francois Hollande, è necessaria una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza Onu. La discussione sulla situazione in Libia e le misure da adottare, in una nota diffusa dall’Eliseo, dovrebbero essere discusse al più presto. Ma per l’Italia e Matteo Renzi, nelle ultimissime dichiarazioni, “non è il tempo dell’intervento militare”. Per il Governo, la visione è una sola: “attendere che il Consiglio di sicurezza Onu lavori un po’ più convintamente sulla Libia. La comunità internazionale se vuole ha tutti gli strumenti per poter intervenire. La forza delle Nazioni Unite è decisamente superiore a quello delle milizie radicali” chiarisce il premier che era stato sollecitato sulla questione, in particolare dopo le dichiarazioni delle ultime ore dei ministri Gentiloni e Pinotti.

L’Italia è particolarmente sollecitata in questa delicatissima fase; oltre agli sbarchi di profughi e migranti richiedenti asilo che si sono moltiplicati nelle ultime ore sulle coste sud del nostro paese, la minaccia dell’Isis è molto specifica e nel nuovo video lanciato dai miliziani jihadisti il riferimento è chiaro: “Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma… in Libia”. E ancora: “Avete buttato il corpo di Osama bin Laden in mare, mischieremo il suo sangue con il vostro”. L’apoteosi della retorica dei terroristi.

Visto il deteriorarsi della situazione, dalla Libia, intanto, sono rientrati in Italia diplomatici, tecnici, marittimi e le famiglie che vivono a Tripoli ormai da tempo. E’ il passo successivo alla chiusura dell’ambasciata, unica europea ancora aperta sul territorio dallo scorso agosto. Rimane sul posto, invece, il vicario apostolico a Tripoli Giovanni Martinelli che a RadioVaticana spiega: “Devo rimanere. Come lascio i cristiani senza nessuno?”. Il suo commento, semplice e diretto, racconta la disperazione e la paura: “C’è tanta paura tra i civili”, non solo cristiani.

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