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24 giugno 2017

L’OCCIDENTE E L’ISLAM, UN PONTE DA RICOSTRUIRE

17 aprile 2015

Di Mara Carfagna –  Abbiamo voluto promuovere questo momento di riflessione perché siamo molto preoccupati. Preoccupati per i numerosi fatti che stanno provocando instabilità internazionale, per ciò che sta accadendo in Medio Oriente, in Africa e nel cuore della nostra stessa Europa.

E non intendiamo sottovalutare una minaccia che sta assumendo sempre di più contorni, profili e proporzioni drammatiche.

Papa Francesco, parlando alla messa per gli armeni, ha parlato di un “terza guerra mondiale a pezzi” in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Papa Francesco ha invitato ad agire. Perché il compito della politica è agire, suscitare attenzione, combattere l’indifferenza.
Reagire di fronte a scene spaventose di decapitazioni e massacri quotidiani.
Reagire di fronte a chi, in nome di una nuova ideologia totalitaria (il jihadismo globale) minaccia i principi fondanti della nostra civiltà: la libertà individuale; la sacralità della vita, la tolleranza, la libertà di espressione, la libertà di culto,il rispetto della diversità.

E allora, per capire le cause di ciò che sta accadendo, per trovare delle risposte e per reagire, abbiamo voluto consultarci  con esperti e politici.

Consapevoli che quello di oggi è un momento di confronto, di analisi e di dialogo importante ma che tanti altri ne dovranno seguire se veramente vogliamo definire strategie di contrasto da un lato e di dialogo dall’altro efficaci e appropriate. Un dibattito che affrontiamo con una consapevolezza: quello di trovarci di fronte ad un quadro estremamente complesso, perché complesse e molteplici sono le posizioni, per esempio, all’interno dello stesso Islam.

L’Islam è una realtà immensa e profondamente differenziata e anche divisa al suo interno. Ad esempio non esiste una interpretazione univoca dei testi sacri. Non esistono gerarchie religiose universalmente riconosciute. C’è una spaccatura tra sciiti e sunniti. Le differenze quindi sono tante.
Perché per esempio è Islam il coraggioso e storico discorso del presidente egiziano Al-Sisi (a cui ha fatto seguito l’altrettanto storico intervento dello sceicco Al-Tayyeb, grande imam dell’università di Al-Azhar) che ha esortato le massime autorità religiose islamiche ad avviare una rivoluzione nell’interpretazione dei testi sacri affinché l’Islam non rappresenti più una minaccia, si estirpi la jihad e non si uccida più nel nome di Alllah.
Ma è Islam anche ciò che un anno fa ha spinto i miliziani di Boko Haram a rapire (e molto probabilmente ad uccidere) più di duecento studentesse in Nigeria.
Sono Islam le ragazze giordane ed egiziane che manifestano a capo scoperto contro gli eccidi dell’Isis.
E’ Islam anche ciò che ha spinto due settimane fa un commando di terroristi islamisti di Al- Shebab ad uccidere 147 studenti di un campus universitario dopo aver compiuto una selezione sulla base della fede professata.
Ed è Islam, ovviamente, il Califfato di Al-Baghdad che promettendo il ritorno ai fasti e allo splendore dell’Impero Ottomano, vuole instaurare uno Stato Islamico retto dalla Sharia, unificare l’Islam sotto il dominio sunnita, sterminare gli infedeli e conquistare Roma per sottomettere la cristianità.

Ovvio che quando a prevalere (in un Islam in cui coesistono ampie diversità) è una versione così radicale ed estremista, il ponte tra due mondi, tra due civiltà, rischia di essere seriamente compromesso. E tante sono le domande che rimbombano nella nostra mente. La nostra società è davvero in pericolo? Chi è veramente il nostro nemico? In che modo i governi dovrebbero agire per difendere la libertà e la sicurezza di ogni essere umano?

Sono domande che presuppongono risposte che coincidono con quelli che ritengo aspetti cruciali del tema in discussione.
Io dico solo che di fronte a ciò che sta accadendo, l’Occidente, l’Europa, hanno il dovere di parlare con una voce sola, ma prima ancora di questo hanno il dovere di rivendicare con orgoglio, i nostri valori, la nostra identità, quella stessa identità che qualcuno vuole annientare e sottomettere. Perché certo è difficile immaginare che l’Europa possa assumere un ruolo guida se rinuncia ad affermare con forza i suoi valori universali proprio nel momento stesso in cui vengono messi in discussione.

L’Unione Europea deve adottare una politica ferma, decisa e non ambigua, anche con gli strumenti della diplomazia. Deve rivendicare con orgoglio i propri valori, la propria identità, senza rinunciare ad affermare le sue radici giudaico-cristiane. Le comunità islamiche che sono presenti nel territorio europeo devono essere accompagnate verso una piena integrazione ma nel totale rispetto delle nostre leggi. Le moschee, ad esempio, non possono trasformarsi da luoghi di preghiera in covi per addestrare estremisti jihadisti. L’Imam Bilal Bosnic, arrestato pochi mesi fa, ha predicato indisturbato per anni nel cremonese, arruolando giovani tra le file dei combattenti radicali in Siria.

Non è tollerabile che in Inghilterra le corti della Sharia rappresentino un sistema legale parallelo alla Common Law, con competenza di giurisdizione su materie come diritto di famiglia (poligamia, ripudio delle mogli) o l’infibulazione. Non è tollerabile la proliferazione di nuclei familiari poligamici nei sobborghi di Parigi, che coinvolgono ormai centinaia di migliaia di persone.

Dobbiamo essere molto chiari, senza temere di essere tacciati di islamofobia. Dobbiamo essere chiari nella definizione del nemico jihadista, di quel nemico che predica la distruzione del diverso e dei valori sui quali si fonda l’Occidente. Sapendo ovviamente che l’Islam non è solo questo.

L’Unione Europea deve affrontare la questione della persecuzione dei cristiani del mondo che sta assumendo proporzioni di una tragedia umanitaria senza fine. I cristiani di Oriente e d’Africa non hanno bisogno solo delle nostre preghiere o della nostra compassione, vogliono il nostro aiuto e il nostro impegno.

Dobbiamo capire che di fronte ad un America meno interventista l’Europa deve assumersi oneri e responsabilità crescenti. Pretendendo, per esempio, nei rapporti bilaterali o multilaterali che la persecuzione contro i cristiani sia riconosciuta come un’emergenza umanitaria, condannata fermamente e contrastata con ogni mezzo e pretendendo che i governi di Paesi amici o alleati o che sosteniamo con gli strumenti della cooperazione internazionale forniscano adeguata protezione ai cristiani e tutelino e garantiscano il loro diritto a professare in libertà e sicurezza la loro fede. Senza questo è difficile immaginare di avviare un dialogo.

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