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25 giugno 2017

NEPAL, LE DONNE SI SCHIERANO CONTRO LA NUOVA COSTITUZIONE. VIOLEREBBE DIRITTI

11 agosto 2015

Di Mia Avieno – Uno stuolo di donne distese a terra, ai piedi della polizia in tenuta antisommossa, lungo le strade di Kathmandu, capitale del Nepal, è l’immagine simbolo delle proteste che si stanno consumando nel Paese, contro la bozza che modifica la Costituzione.

La foto di Prakash Mathema, pubblicata da Afp, sta facendo il giro del mondo.

Alcuni avvocati ed intellettuali hanno, infatti, denunciato una serie di discriminazioni che sarebbero previste nel testo. Ad esempio il fatto di negare il diritto di voto attivo e passivo ai cittadini nepalesi che vivono all’estero, oppure ancora la previsione di norme che puniscono le conversioni religiose ed altre che mettono a rischio il “diritto di proprietà” delle donne.

Contro questi ed altri punti, stanno protestando migliaia di donne e di persone provenienti da tutta la nazione: di queste un centinaio sono finite in carcere.

Un atto che si consuma a poca distanza dal gesto simbolico andato in scena in queste ore sulle Dolomiti, quando 6 mila persone si sono prese per mano per un abbraccio emblematico in difesa dei diritti umani.

In Nepal, grazie alla mobilitazione di un gruppo di avvocati, i membri dell’Assemblea Costituente hanno incontrato per due giorni la popolazione su tutto il territorio nazionale, raccogliendo le istanze di modifica. La minoranze cristiane richiedono di cambiare la norma che prevede una punizione per quelli che si convertono, mentre gli induisti lamentano la perdita della connotazione induista dello Stato.

Gahatraj, pastore e leader cristiano, conferma che “La norma della nuova Costituzione che parla della punizione per il clero che si converte deve essere cancellata. È giusto che le persone siano libere di scegliere il proprio credo. La libertà di religione significa che ognuno può convertirsi e non deve essere punito per questo. La norma contraddice la libertà stessa”.

In ambito di diritti, dunque, c’è ancora molta strada da fare. Allo stesso tempo c’è chi, nella società civile, è pronto a combattere con le armi della democrazia affinché i diritti non vengano calpestati.

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