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26 giugno 2017

OSCAR 2015, GLI ACADEMY AWARDS E IL PROBLEMA DEL “DIVERSITY GAP”

16 gennaio 2015

Di Monica Gasbarri – Come ogni anno, con l’avvicinarsi del mese di febbraio, cresce la febbre da Oscar. L’annuncio delle nomination è un momento particolarmente atteso dai cinefili di tutto il mondo, e le polemiche sono sempre dietro l’angolo; ma quest’anno l’Academy, il massimo organo giudicante in termini di cinema, potrebbe aver commesso – a detta di moltissimi commentatori – diversi passi falsi.

Anno dopo anno, gli Oscar si sono sempre di più aperti al cinema indipendente, o almeno alle produzioni non prettamente “blockbuster” e non si può negare che, anche quest’anno, Hollywood abbia concesso il suo tributo a un cinema “diverso”. Sia Boyhood che Grand Budapest Hotel (due delle pellicole che avranno certamente un ruolo centrale il prossimo 22 febbraio), hanno al loro interno un seme di diversità: il primo nella grandeur del progetto – la pellicola è girata quasi in presa diretta, anno dopo anno, assecondando la crescita del giovane protagonista, in onore al titolo – il secondo nello stile, che è tipicamente andersoniano, se proprio vogliamo coniare questo termine, colorato, figurativo, originale.

Eppure, in molti hanno sottolineato come entrambe le pellicole presentino diversi elementi di continuità con le scelte a cui gli Oscar ci hanno abituato negli anni: il primo, si risolve, tutto sommato, in un grande racconto di formazione per il quale il regista Richard Linklater, sceglie alcuni volti cari al cinema hollywoodiano; il secondo, accoglie tematiche che l’Academy ha dimostrato di prediligere, come quella della Seconda Guerra Mondiale (e in molti sospettano che, altrimenti, Wes Anderson non sarebbe stato tanto onorato).

Oltre a queste problematiche, che sono state sollevate soprattutto dai commentatori più attenti, c’è un’altra pesantissima polemica che è esplosa quest’anno: non si tratta della solita discussione sulla marginalità in cui sono relegate le commedie (e le performance comiche) – che hanno, invece, ad esempio, una loro apposita categoria nei Golden Globe – ma la misura in cui vengono rappresentate (o meglio non vengono rappresentate) le minoranze. Quest’anno, tra i nomi fatti per gli Oscar, non è stato scelto neanche un attore di colore e neanche una regista donna (nonostante ci fosse una pellicola che si era contraddistinta per entrambi questi elementi: Selma, comunque candidato nella rosa dei migliori film).

Ma quella del “diversity gap”, non è certo una novità e lo ha messo in luce il Los Angeles Times nel 2013,  evidenziando come il 99% dei premi per la miglior attrice è andato a un’attrice bianca, mentre tra gli attori uomini la percentuale è del 91 per cento; per quel che riguarda il miglior regista, il 99 per cento delle volte è stato premiato un uomo.

Una mancanza di diversità che, tutto sommato, non ha nulla di strano per i critici, visto che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences che decide nomination e vincitori è composto in gran parte da maschi bianchi; e, dopo la vittoria di 12 anni schiavo dello scorso anno, tutti hanno parlato subito di un clamoroso passo indietro.

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