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26 giugno 2017

PIANOSA, L’ISOLA «RECUPERATA» DAI DETENUTI

04 dicembre 2015

Di Romina Rosolia – Pianosa, per metà isola e per metà carcere. Nell’arcipelago toscano, a otto miglia dall’Isola d’Elba, c’è un isolotto che è qualcosa di più di una meta turistica. Va detto, comunque, che non più di 250 persone al giorno possono sbarcarvi e che l’isola oggi è praticamente deserta se non fosse per quella manciata di detenuti – una trentina – che hanno la fortuna di scontare qui la loro pena in regime di semilibertà.

Sono persone condannate per omicidio o per il reato di spaccio ma che selezionati da una speciale commissione, e valutati dal punto di vista psicologico ed umano, e che hanno avuto la possibilità di vivere «liberamente» anche se reclusi. Ma soprattutto, possono lavorare. Tutti provengono dal carcere di Porto Azzurro di Livorno.

I detenuti gestiscono il “Milena” l’unico albergo aperto sull’isola – struttura che può ospitare 24 persone per volta, ricavata dalla residenza del direttore della Colonia Penale realizzata nel XIX secolo: Pianosa è da sempre sede di penitenziari sin dal 1800, è arrivata infatti ad averne cinque.

Il piccolo alberghetto viene gestito dai detenuti insieme ad un gruppo di volontari che fanno parte della cooperativa “San Giacomo”. C’è chi serve ai tavoli, chi fa il caffè, chi cucina, chi pulisce la spiaggia, chi cura l’orto, chi vende i prodotti coltivati in spiaggia.

Sono loro a mantenere vivo questo lembo di terra nel Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, ma allo stesso tempo è quest’isola a tenere loro in vita.

Non ci sono sbarre, possono liberamente giocare a calcio con i turisti. Possono parlare con loro, interagire da persone libere, reintegrarsi prima ancora che scada la propria condanna. A testimoniarne il loro lavoro ci sono molti reportage proposti dalla stampa italiana. L’ultimo è “Boats” su Deejay Tv, condotto da Pif, documentario in cui si racconta l’Italia di oggi attraverso l’occhio non convenzionale di alcuni giovani registi italiani.

Un’isola, Pianosa, che oggi è praticamente deserta. Non ha più un centro abitato dal 1968, da quando venne trasformato in penitenziario di massima sicurezza dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quella occasione la popolazione venne evacuata. Nella struttura detentiva vennero confinati appartenenti a organizzazioni terroristiche e pericolosi esponenti delle mafie, tra cui Francis Turatello, Pasquale Barra e Renato Curcio.

La struttura carceraria è stata lentamente smantellata, fino a quando nel 1998 il Governo Prodi decise di chiuderla definitivamente non senza lasciare strascichi: la caserma di polizia nuova di zecca che venne realizzata e composta da una centrale termica, una mensa, una cucina e un circolo ufficiali, rappresentano ormai miliardi buttati al vento e che logorano un’isola che avrebbe potuto rimanere intatta e non sfigurata nelle sue bellezze ambientali.

Oggi di Pianosa non solo rimane il ricordo di personaggi come Sandro Pertini, che qui venne rinchiuso nel 1931 dal fascismo, o di Napoleone Bonaparte che in esilio all’Elba – intorno al 1805 – si recò molto spesso a Pianosa facendone ricostruire la torre a guardia del porto. Qui vi è di più, la speranza che pratiche come quella in cui sono impegnati i 30 detenuti, possano essere replicate per combattere la reiterazione dei reati, ed investire nella rieducazione su cui il carcere dovrebbe basarsi.

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