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25 giugno 2017

TUTTO ACCADE SENZA POTER FAR NULLA

20 aprile 2015

Di Luigi Crespi – Non c’è bisogno di cercare parole nuove, tutto già scritto, tutto già detto. Resta una nausea rinnovata, una vertigine da impotenza che non lascia fiato. Ecco cosa scrivevo l’11 Luglio 2014… i morti all’epoca erano “solo” 400…

Tutto accade senza poter fare nulla. L’impressione che si possa determinare liberamente la propria esistenza è solo un’illusione. Non siamo liberi. E la cosa più grave è che alla libertà non aspiriamo, sempre più avviliti dalla nostra montante indignazione e dallo scandalo della nostra rassegnazione.

La cultura, il linguaggio, il retaggio della sovrapposizione di esistenze intrecciato a relazioni sempre più superficiali ci consegna esistenze votate all’inseguimento di proiezioni, di valori dipinti su muri sbecciati, incapaci di dare luce e calore.

Tutto accade senza potere fare nulla.

Ci domandiamo: “cosa posso fare se non ho responsabilità, se non ho possibilità?”.

Quattrocento persone, bambini, donne e uomini stipati su un barcone appoggiato su un mare senza sponde. Sotto di loro forse 30 o 40 corpi, morti con la paura di chi viene schiacciato contro una parere, a cui è stato tolto il respiro della vita prima che la disperazione prendesse il posto della paura.

Morti consapevoli, che hanno visto morire il vicino, schiacciato a sua volta dall’orrore.

Morti sotto, in una ghiacciaia senza ghiaccio, con l’odore di morte che satura le narici. Una morte che lascia andare tutto quello che il corpo non può trattenere al terrore.

Morti urlando, cercando il filo d’aria rubato da chi non resisteva e moriva prima.

Morti mente si accorgevano di morire, consapevoli, disperati: hanno pregato invano ogni dio conosciuto. Morti senza pietà, senza memoria, senza nome.

Eppure, questi morti – fotografati, regalati alla nostra pietà – non ci hanno distratto dalla nostre faccende, non hanno cambiato la gerarchia delle nostre emergenze.

Morti brutti: brutti da vedere, brutti da ricordare, buoni solo per una prima pagina… ma che non feriscono, non lasciano rimorso, non hanno il diritto della memoria. Morti che non cambieranno il destino dei prossimi, sempre meno morti. Fantasmi ancora viventi, in vite da poco, solo contabilità da Ministero degli Interni.

Tutto accade senza potere fare nulla e noi andiamo avanti; usiamo tutte le parole e le parole usate si consumano nel ritmo di un tempo senza racconto, senza memoria, capace di non raccontare quello che accade, perché accade senza potere fare nulla e noi non c’entriamo niente, inconsapevoli spettatori, indignati elettori.

Guardo questi morti di giornata, ma in quella stiva non li distinguo: e chiudo gli occhi e immagino come Pasolini li avrebbe fotografati, come ce li avrebbe raccontati, scolpiti nelle nostre anime, saturando le nostre memorie. Tanti da non poterne contenerne altri. Cantati da uno come Faber. Avremmo voluto e gridato fossero gli ultimi morti.

Immagino, e la rabbia esplode dentro di me.

Io, che dovrei annientare ogni conflitto, puntare all’evoluzione, a una pace interiore capace di contaminare il mondo. Ma il mondo è grande, e la rabbia è un incendio: ora divampa e fa luce. Solo colui che può “Essere” può aspirare a “fare” ora. Lo sapete, i morti, quei morti, sono stati assassinati non sono morti da soli, sono morti ammazzati: nessun alibi, siamo tutti coinvolti.

Nessuna ipocrisia è accettabile: noi ora sappiamo che possiamo – come persone e come comunità – che i morti muoiano.

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