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25 giugno 2017

UNA MAPPA DELLA SCHIAVITU’ MODERNA CHE RIGUARDA ANCORA 36 MLN DI PERSONE

18 novembre 2014

Di Monica Gasbarri – La schiavitù è un male antico? No, purtroppo, è un male fin troppo moderno. Tanto moderno che ancora nel 2014 sono più di 35 milione le persone che sono “schiave” in senso moderno secondo l’Indice di schiavitù Globale pubblicato come ogni anno dalla Walk Free Foundation, organizzazione non governativa australiana, che quest’anno ci mostra come il 61% della schiavitù totale si concentri in soli 5 paesi.

In testa troviamo l’India con più o meno 14 milioni e 290 mila persone ridotte in schiavitù; poi c’è la Cina con 3,24 milioni, quindi il Pakistan con circa 2 milioni, e Uzbekistan 1,2 milioni. A seguire, la Russia 1,05 milioni. Ma è la Mauritania ad ottenere un altro pessimo record: è il primo paese per percentuale di abitanti ridotti in schiavitù: il 4%.

Spiega la Walk Free Foundation che la schiavitù moderna altro non è che la privazione della libertà individuale a scopo di sfruttamento: si va dal traffico di esseri umani al lavoro forzato, dal matrimonio forzato allo sfruttamento sessuale. Ma è un male che, a differenza di quello generato dal colonialismo per così dire “storico”,  non è subito visibile o di semplice individuazione. Questo tipo di schiavitù moderna non sempre ha contorni ben definiti, i buoni e i cattivi spesso non si trovano lì dove ti verrebbe spontaneo cercarli e, di certo, una interpretazione manichea non è sufficiente per affrontare una questione così complessa, articolata e, purtroppo, diffusa.

La schiavitù moderna. Un male che molti rifiutano, convinti che il concetto stesso di schiavitù sia semplice retaggio di un’epoca passata. Non è così, e siamo tutti responsabili: se il maggior pregio della modernità è la globalizzazione, proprio il concetto di globalità e interazione ci rende tutti partecipi di fronte alle condizioni di miseria e di disagio.

Già perché il moderno colonialismo, è quello che si impone sulla libertà personale in tanti modi, e, nonostante sia lontano parente di quello di inizio Novecento, ha quella marcia in più, quel 2.0 che la contemporaneità ha malignamente donato a tante eredità che ci portiamo dietro dal nostro passato e dalla nostra storia. Perché non impariamo mai.

 

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